Villa romana tardoantica a carattere residenziale e produttivo (IV secolo d.C.). Nel 1885 nella frazione di Villa, nei pressi di Negrar di Valpolicella (Verona), furono rinvenute e asportate tre porzioni di mosaico, che, vendute al Comune di Verona, sono esposte al MATR-Museo Archeologico al Teatro Romano. Nel 1922, in seguito a un nuovo rinvenimento di mosaici, l'archeologa Tina Campanile, prima
donna ammessa alla Scuola Archeologica di Atene, condusse uno scavo su incarico della Soprintendenza esplorando circa 270 mq del settore residenziale (pars urbana) della villa. Nel 1974 uno scavo distrusse alcuni ambienti sconosciuti della villa: si ignorava la reale estensione del sito, di cui non era più nota l’esatta localizzazione. Nel 2016, per iniziativa della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza, furono avviate indagini archeologiche con finalità di tutela vincolistica, sotto la direzione scientifica dell’archeologo Gianni de Zuccato. I sondaggi esplorativi, realizzati dalla SAPS ocietà Archeologica srl sotto la direzione tecnica dell’archeologo Alberto Manicardi, permisero di individuare nel 2019 il sito della villa, con la riscoperta dei mosaici visti un secolo fa, che tanta eco mediatica ha suscitato sulla stampa nazionale e internazionale e sul web (“I mosaici romani tra i filari dei vigneti della Valpolicella”). Negli anni seguenti gli scavi archeologici in estensione hanno evidenziato quasi tutto l’insediamento (più di 3000 mq!), una ricca dimora di notevoli dimensioni, e sono stati avviati interventi urgenti di protezione e messa in sicurezza, in particolare dei mosaici, nella prospettiva della valorizzazione e pubblica fruizione con la musealizzazione del sito. Gli interventi sono il frutto di una sinergia tra realtà pubbliche e private, ciascuna con la propria specificità, che si impegnano a realizzare un progetto di archeologia pubblica, condivisa e sostenibile attraverso la compartecipazione di risorse umane ed economiche, tramite gli accordi di partenariato sottoscritti dalla Soprintendenza con le proprietà dei terreni, l’Azienda Agricola Benedetti Adriano “La Villa” di Benedetti Matteo e Simone s.s. e la “Società Agricola Franchini S.r.l.” di Franchini Giuliano, e il protocollo d’intesa tra la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza, il Comune di Negrar di Valpolicella, il Dipartimento Culture e Civiltà dell’Università di Verona, l’Accademia di Belle Arti di Verona, il Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano. Tutti i beni archeologici messi in luce appartengono allo Stato. La parte residenziale della villa è caratterizzata da mosaici pavimentali di notevole pregio; era scenograficamente disposta su terrazzamenti che assecondavano il declivio naturale del terreno, collegati da scalinate e organizzata attorno a un cortile-giardino centrale delimitato dal peristilio, da cui si accedeva a un ampio e articolato settore termale. È stata rinvenuta una quantità notevole di frammenti di intonaci a vivaci colori, capitelli, fusti e basi di colonna. Nel settore produttivo vi sono vani lastricati molto ampi, la cui funzione è oggetto di approfondimento; recentissima e particolarmente rilevante è l’individuazione di strutture dedicate alla produzione vinicola, tuttora oggetto di indagini specialistiche. Allo stato attuale delle ricerche si ritiene che gran parte degli ambienti in vista sia stata edificata dopo gli inizi del IV secolo d.C., realizzando alcune fondamentali modifiche di strutture preesistenti, le cui dinamiche sono in corso di studio. Si ipotizza che la spoliazione e l’abbandono della villa siano avvenuti nel VI secolo; la successiva frequentazione del sito in epoca altomedievale, nei tre secoli successivi (VII-IX), è caratterizzata da demolizioni, nuove parziali edificazioni con materiali di spolio e dal riadattamento e riuso di alcuni ambienti superstiti con strutture sostenute da pali infissi anche nei pavimenti a mosaico, sui quali sono evidenti numerosi focolari. Sono riferibili a quest’epoca anche alcune sepolture in nuda terra o in cassa litica. L’area, ricoperta infine da spessi colluvi, viene adattata all’attività agricola con la realizzazione di muretti a secco (marogne).