Lazzaretto

Lazzaretto La strada all’epoca si trovava in posizione elevata rispetto ai bassi campi ai lati coltivati perlopiù a pesche. Zeno e Campo Marzo).

Il Lazzaretto di Verona è del 1549 e si trova presso San Pancrazio fu costruito per isolare i malati di peste contagiosi.http://it.wikipedia.org/wiki/Lazzaretto_di_Verona Subito dopo il ponte sull'Adige, all’inizio degli anni sessanta, lungo la via che oggi si chiama Ponte San Pancrazio facevano sfoggio della loro livrea due bei filari di pioppi che delimitavano il manto stradale da poco asfalta

to. Qualche sparuta casa e poi, alla fine sulla destra, una piccola scuola elementare. Svoltando a sinistra, dopo circa un chilometro, la strada terminava e termina tutt’ora a ridosso delle rovine del Lazzaretto, mentre girando a destra, dopo una serie di curve, si arriva al Pestrino dove si può ancora vedere quel che resta di forte Hess. All'incrocio di via Ponte San Pancrazio e via Lazzaretto se si proesegue per una stradina sterrata si arriva alla "Bataria", un piccolo gruppo di case che si stringono attorno ad un piccolo castelletto. Questa contrada deve il suo nome al fatto di aver ospitato, durante la seconda guerra mondiale, una batteria contraerea allestita per contrastare le incursioni degli aerei americani che bombardavano i due obiettivi sensibili: la stazione ferroviaria e l'officina locomotive di Porta Vescovo. Ecco quindi descritto il semplice reticolo viario di borgo S.Pancrazio. Il termine "Lazzaretto",da cui pende il nome anche la strada per arrivarci, deriva da "Nazaretum" il primo ricovero d'isolamento veneziano istituito dalla Serenissima Repubblica di Venezia nel 1423. In Europa, infatti, il primo Lazzaretto fu fatto costruire proprio a Venezia dai padri Eremitani accanto alla chiesa di Santa Maria di Nazareth per alloggiare i pellegrini in transito per andare e tornare dalla Terra Santa. Venivano qui poste in isolamento le persone infette da malattie contagiose e in quarantena a scopo profilattico le mercanzie sospette. La maggior parte degli storici è concorde nell'attribuire al Sammicheli la paternità del Lazzaretto anche se alcuni indicano il nome di Giangiacomo Sanguinetto, revisore dei conti all'ospedale di S. Giacomo alla Tomba, che nel giugno del 1548 presentò un suo modello dell'opera. Secondo Francesco Pellegrini l'opera non sarebbe altro che "una riduzione, o meglio una mutilazione del primitivo disegno Sanmicheliano". Il Sancassani pur attribuendo il progetto al Sanguinetto, forte del fatto che in tutti i documenti relativi all'opera non compare mai il nome del Sammicheli, ipotizzò però che questi avesse "effettivamente eseguito, senza però esserne stato ufficialmente incaricato, un disegno, che non conosciamo, del Lazzaretto, che però non fu mai preso in considerazione, forse per l'onere della sua realizzazione". Il Vasari attribuì al genio Sanmicheliano il progetto e, a dire il vero, il maestoso edificio mostra inconfondibile l'impronta della sua scuola. Anche il tempietto centrale, la cui costruzione è stata deliberata nel 1602 dopo la morte del Sammicheli, porta inconfondibile l'impronta della sua scuola. La pianta dell'edificio, di forma rettangolare, è orientata da est a ovest e misura m 238,68 x117,11. Le stanze in muratura rappresentarono un’innovazione considerato che, fino a quel momento, durante le numerose epidemie di peste del XIV e XV secolo, gli ammalati venivano isolati e ricoverati in capanne di legno che per la loro precarietà non potevano essere sufficientemente e adeguatamente attrezzate. L'esperienza di precedenti epidemie sconsigliò di isolare gli ammalati all'interno dell'abitato o di dislocarli nelle sue immediate adiacenze, dove, quando imperversava il morbo, venivano ricoverati perfino nei cosiddetti casotti, costruzioni in legno allestite in fretta e furia per fronteggiare le impellenti necessità del momento (contrade di S. L'occasione di istituire una apposita costruzione per isolare le persone infette da malattie contagiose si presentò nel 1539, quando l'amministrazione comunale si trovò ad avere a disposizione dei fondi provenienti dagli introiti dell'ospedale di Tomba che da tempo provvedeva alla prevenzione ed alla cura delle malattie contagiose. Venne incaricato il priore per la realizzazione del progetto, avvalendosi dell'assistenza degli ordinari consiglieri e di tre cittadini, impegnandolo all'assunzione delle relative spese di costruzione. La commissione incaricata del progetto avrebbe dovuto riferire entro pochi mesi ma certamente più di una ragione ne ritardò l'esecuzione se solamente nel 1547, otto anni dopo, il Consiglio approvò il progetto e la località - S. Pancrazio - dove sarebbe sorta l'opera . Venezia non poté che approvare il progetto e nel gennaio del 1549 iniziarono i lavori. La costruzione del lazzaretto andò molto a rilento tanto che fu completata solamente nel 1628, ottanta anni dopo il suo inizio. Al Lazzaretto negli anni 70 ci si andava anche per giocare a calcio, nel campo realizzato dalla squadra locale l’A.C. San Pancrazio, ma anche per cercare i pezzetti di ''balestite'' che poi si bruciava. Sul terreno, infatti, tutto intorno al tempietto si poteva trovare ciò che restava dei residuati bellici dell'ultima guerra mondiale. Domenica 20 Maggio 1945, il Lazzaretto di Verona si dissolse in una nuvola di fuoco, polvere e fumo. Gli antichi edifici abbandonati, un tempo asilo (e, nella maggioranza dei casi, ultima mèta) dei malati di peste, erano stati trasformati già nell'Ottocento in deposito di munizioni. Come tali erano stati utilizzati anche nel corso dell'ultima guerra, per essere quindi abbandonati, stracolmi d’esplosivi, dai nazisti in fuga. Saltarono in aria all'improvviso, mentre al loro interno si accalcavano decine di persone di tutte le età, un po' per curiosare, un po' per ricavare dal materiale bellico qualcosa che potesse tornare utile nei giorni disperati del primissimo dopoguerra. Il bilancio dell'esplosione, di cui racconta nel numero di martedì 22 maggio "Verona libera", (il quotidiano che, dopo il 25 aprile, sostituì l'"Arena"), fu pesantissimo. Almeno trenta i morti, tra cui bambini d’otto, undici, tredici anni, giovani donne, anziani. Moltissimi anche i feriti, al punto che il numero esatto delle persone coinvolte nella disgrazia non fu mai accertato. Il quotidiano cittadino, pur esprimendo dolore per le vittime, non fu però tenero con loro, e le indicò come dirette responsabili della tragedia. Infatti, dopo l'abbandono della polveriera da parte dei tedeschi, molti - scrive "Verona libera" - n’avevano approfittato «per inoltrarvisi allo scopo di impadronirsi di cassette delle munizioni e per dedicarsi, invero con impegno degno di miglior causa, allo svuotamento dei proiettili per recuperare i bossoli metallici, nonché ad altre ruberie». Prevedibile risultato di tanta insensata imprudenza, l'esplosione, che mandò in briciole la parte occidentale dell'antico ospedale cittadino, da poco sopravvissuta ad un'altra, drammatica giornata di fine guerra. Circa un mese prima, infatti, un'analoga deflagrazione aveva distrutto la parte orientale dell'edificio. Lo racconta ancora "Verona libera", il 26 luglio 1945. Giuseppe Silvestri ricorda come, prima della fuga, i nazisti avessero minato i depositi di munizioni situati nel Lazzaretto, senza però riuscire a farli saltare «sia per la fretta di fuggire, sia per il coraggioso intervento di un ragazzo che sarebbe riuscito a tagliare il filo». Ci pensarono allora alcuni fascisti che «rotte a colpi di mitra le porte s’introdussero nel Lazzaretto e, dando fuoco agli esplosivi, determinarono la rovina del lato orientale». Verona perdeva così, nel giro di un mese appena, una costruzione secolare, di grande rilievo per la storia sia sanitaria, sia architettonica della città. Alla fine del Settecento, il suo utilizzo sanitario cessò definitivamente. Nel secolo successivo il grande complesso, passato in uso alle autorità militari, fu trasformato in deposito di esplosivi. Nonostante questo utilizzo improprio, la struttura rimase in piedi ancora molti decenni: agli inizi del ‘900, studiosi come Ciro Ferrari e Giovanni Centorbi potevano ancora descriverlo negli stessi termini del Da Persico, sottolineando però come, nel frattempo, la cupola del tempietto fosse crollata. Furono proprio le polveri e le munizioni cui aveva offerto asilo che, in due pomeriggi di inizio estate, rasero al suolo questa costruzione secolare, di cui nessuno si curò più. Solo il tempietto centrale fu parzialmente ricostruito in occasione delle celebrazioni sanmicheliane del 1960. Negli stessi anni, ne fu eseguito un interessante modellino di legno, attualmente esposto nella sede della Soprintendenza ai beni ambientali e architettonici di Verona. Anche la statua di San Rocco, cui si rivolgeva speranzosa la preghiera degli appestati, è scampata alla rovina: oggi è conservata nel museo veronese di Castelvecchio. Dell'intero, grandioso complesso, oggi mantenuto e curato dall'associazione Amici del Lazzaretto, si possono vedere i ruderi, da qualche hanno riportati in condizioni di visibilità grazie all'intervento del Fondo Ambientale Italiano, di quella "triste dimora della morte", che tale si dimostrò fino al suo ultimo giorno......

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