20/08/2026
Di fronte a un’emergenza climatica senza precedenti in tutta Europa, il Governo italiano continua a mantenere un silenzio irresponsabile. La nouvelle vague trumpiana del “drill, baby, drill” e del negazionismo climatico sta paralizzando molti governi, anche europei, che spingono, anziché verso un miglioramento e un aggiornamento delle giustamente ambiziose politiche ambientali, verso il loro abbandono di fatto. Nella cassetta degli attrezzi dei sovranisti anti europei non manca mai l’accusa di idelogismo verso le politiche europee, fondato ormai su, questo sì, una vera e propria ideologia “no green deal”.
Le politiche ambientali del Governo Meloni sono rimaste in un limbo di avversione, se non di contrasto, rispetto a quelle varate in Europa. Il PNACC, il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, rimane sostanzialmente in un cassetto a distanza di due anni e mezzo dalla sua approvazione, mentre lo strumento europeo per ridurre le emissioni di gas serra, il sistema ETS, è stato fortemente criticato dall’Italia, in particolare rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione. Il contributo italiano alla lotta ai cambiamenti climatici, semplicemente, non c’è.
Come se non bastasse, il Fondo Italiano per il Clima voluto da Draghi, che dovrebbe perseguire obiettivi di mitigazione e adattamento nei Paesi emergenti e in via di sviluppo con progetti identificati dal Comitato di Aiuto allo Sviluppo dell’OCSE, ha trasferito il 70 per cento del suo bilancio rotativo – 3 miliardi di euro su 4,4 – al Piano Mattei per l’Africa. La Terza Relazione annuale del Piano ha confermato molte delle perplessità iniziali su progetti di cooperazione che beneficiano pochi ed escludono tanti. Doveva essere lo strumento “paritario e non predatorio” per tenere a bada i flussi migratori irregolari, mentre in realtà puntella una sequenza di autocrati di varia natura e gradazione, dal Marocco all’Algeria, dalla Tunisia all’Egitto, che usano la pressione migratoria come una valvola da aprire e chiudere a loro piacimento. Ceuta docet. L’esigenza di rafforzarne la governance e di migliorare i livelli di trasparenza è stata continuamente ribadita non solo in Parlamento, ma anche recentemente dalla Corte dei conti, con puntuali rilievi sull’efficacia complessiva del Fondo Italiano per il Clima da quando è passato sotto l’ombrello del Piano Mattei.
Investire risorse strutturali per frenare la velocità dei cambiamenti climatici e difendere il nostro territorio, nell’ambito di una strategia che oggi, con tutta evidenza, non c’è, non è più rinviabile. La tattica di affidarsi a mezzi emergenziali e tardivi, in attesa che “adda passà ’a nuttata”, non è più accettabile.