10/08/2026
Nel 110° anniversario del martirio, Cerea ricorda Nazario Sauro.
Qui sotto una nota storica del dott. Bosazzi Gabriele.
Nazario Sauro 10/08/1916 - 10/08/2025
Nazario Sauro nacque da Giacomo Sauro e Anna Depangher il 20 settembre del 1880 a Capodistria, nel popolare rione di Bossedraga, un tempo prospiciente il mare ed oggi chiuso dalle strutture del grande porto sloveno. Ragazzino vivace ed allegro, seguì il richiamo di quel mare in riva al quale era nato e che aveva già dato da vivere a suo padre, frequentando con successo l’Istituto Nautico di Trieste. Terminati gli studi, abbandonò la natia Capodistria per imbarcarsi come tantissimi altri istriani della sua età ed iniziò a percorrere in lungo e in largo l’Adriatico, che imparò così a conoscere e ad amare, prima quale mozzo e poi come capitano di piccolo cabotaggio. In quegli anni, Sauro era già pervaso da un acceso patriottismo, accompagnato ad un'avversione viscerale per lo stato austro-ungarico, che considerava dispotico e prevaricatore della cultura italiana della sua gente. Il suo ideale dell’età matura fu quello repubblicano di impronta mazziniana, che si concretizzò fino alla sua morte nella predilezione per il fervente attivismo, per le azioni intrepide e coraggiose. Pochi anni prima della Grande Guerra, rientrò stabilmente a Capodistria, avendo trovato impiego come capitano dei vapori della Società istriana di navigazione, che facevano la spola tra Trieste e l’Istria. Ormai sposato e padre di 5 figli, si era ormai scatenato in lui quel turbolento e passionale amor di patria che lo portò ad esporsi alle autorità anche nell’ambito del suo nuovo lavoro. Uno degli episodi più accesi lo vide protagonista mentre era al comando del piroscafo di trasporto passeggeri della: Sauro ostacolò l’entrata in porto di un altro mezzo, un vaporetto della ditta Lampo dei Cosulich, che era entrata in competizione con la società per cui lavorava e soprattutto era ritenuta filo-austriaca; il gesto era stato accompagnato da frasi ingiuriose urlate a gran voce contro il comandante e contro il governo, comportamento che gli valse 14 giorni di arresto. Ma in quegli anni, il suo spirito mazziniano e la sensibilità verso i popoli oppressi lo spingevano a guardare anche oltre ai vicini confini: Sauro si appassionò infatti della causa del popolo albanese, che in quegli anni stava cercando di affrancarsi dai turchi, tanto da dare il nome Albania alla sua ultima figlia e da trasportare, sulle navi che comandava, delle armi da consegnare ai patrioti schipetari durante i suoi viaggi nel basso Adriatico.
Allo scoppio della guerra, Nazario non ebbe esitazioni sulla sua scelta: quella di partire immediatamente per non essere chiamato alle armi dall’Austria. Già sperando in una svolta dello stato italiano nelle sue alleanze, Nazario convinse la sua famiglia e la madre Anna, cui era molto affezionato, ad accettare la sua pericolosissima scelta, spiegando che l’alternativa fosse “restare e dive**re soldato dell’Austria contro l’Italia, o fuggire e farsi milite d’Italia contro l’Austria".
Riuscì quindi ad aggirare i controlli con un pretesto e raggiungere Venezia che, in ossequio ai secoli di storia che l’aveva legata alle nostre terre, stava divenendo naturale rifugio ma anche teatro di battaglie politiche per molti giuliani e dalmati. Sauro partecipò alle iniziative del movimento interventista, fu tra coloro che organizzavano e davano supporto ai tanti volontari giuliani in arrivo, facendo base presso il modesto caffè sotto le Procuratie, in piazza San Marco, divenuto il ritrovo di tanti fuoriusciti istriani tra cui Giovanni Quarantotto, e Pio Riego Gambini. Ma il patriottismo del futuro eroe istriano non poteva che tradursi anche in opere di solidarietà verso i connazionali in difficoltà: fu infatti lui a guidare un gruppo di volontari giuliani in Marsica (Abruzzo), che portò aiuto alla popolazione appena flagellata da un catastrofico terremoto che causò circa 29.000 vittime. Questo periodo di intenso attivismo raggiunse il fine tanto agognato pochi giorni prima dell'entrata in guerra dell'Italia, quando Sauro riuscì ad arruolarsi nella Marina d'Italia come pilota, con il grado di tenente di vascello assimilato.
Il giorno dopo la dichiarazione di guerra italiana all'Austria, all'alba del 24 maggio, il tenente di vascello Nazario Sauro si mise in evidenza nella sua prima missione, con un'ardita incursione nel lido di porto Buso, presso Monfalcone. In circa 14 mesi di guerra egli portò a termine ben 60 missioni, alcune delle quali molto rischiose ed ardite, dimostrando vero sprezzo del pericolo e mettendo al servizio della Patria la profonda conoscenza dei mari, dei fondali e delle coste adriatiche. A Parenzo, riuscì ad entrare in porto ed ingannare tre sentinelle austriache fingendosi un suo superiore, rivolgendosi loro in dialetto veneto, ampiamente usato nella marina austro ungarica; Sauro riuscì a prendere di peso uno dei tre e portarlo a bordo per estorcergli informazioni strategiche.
Grazie alle sue azioni valorose, nel giugno del 1916 Sauro fu fregiato della medaglia d’argento. Secondo alcune testimonianze, il capodistriano, ormai ben conosciuto e ricercato dal nemico, presentiva il suo tragico destino ed aveva iniziato a lasciare ad un amico fidato lettere di addio alla famiglia. In ogni missione, egli portava con sé una fiala di veleno, al fine di uccidersi in caso di cattura da parte degli austriaci, piuttosto che ve**re processato e giustiziato per alto tradimento; dopo aver appreso dell'impiccagione di Cesare Battisti a Trento, gettò via la fiala, convintosi che il suicidio sarebbe stato un atto di egoismo, ritenendo più onorevole affrontare con dignità il patibolo, guardando negli occhi il nemico e costringendo lo stato asburgico a rendersi responsabile della sua uccisione agli occhi del mondo. Il 30 luglio del 1916 Nazario Sauro ricevette l’ordine di imbarcarsi sul sommergibile Giacinto Pullino, per una missione che prevedeva il siluramento di un piroscafo austriaco nel porto di Fiume; l’imbarcazione si incagliò in una secca tra le isole di Unìe e Gagliola, in una zona che Sauro conosceva benissimo; ben sapendo di rischiare molto più dei suoi compagni in quanto ufficialmente cittadino austriaco, fuggì da solo verso Unìe su una piccola barca a remi, ma fu ugualmente catturato e portato nel carcere di Pola. Qui fu riconosciuto, purtroppo anche grazie alla testimonianza di un concittadino e quindi mandato a processo, nonostante il capodistriano cercasse comunque di salvarsi, confermando sempre di essere il veneziano Nicolò Sambo. Il dibattimento passò alla storia per la drammaticità dell’incontro con la madre Anna, che assieme all’altra figlia fu appositamente prelevata dal campo di prigionia dove si trovava e portata a Pola per essere messa a confronto col figlio. Come attestato da Giorgio Cobol, capodistriano compagno di prigionia della famiglia, la donna riferì di essersi sentita raggelare alle parole del figlio che rispose al giudice: “non conosco quella donna”; anche Anna Sauro, pur sentendosi morire, cercò di salvare il suo “Nazarì”, fingendo di non conoscerlo. Anche se lo stesso coraggioso contegno fu tenuto dalla sorella di Nazario, i giudici non gli cedettero e lo condannarono a morte per impiccagione. Il giorno stesso della sentenza, 10 agosto 1916, la pena fu eseguita. Un documento austriaco (sparito dalle carte processuali e ritrovato anni fa a Zagabria) testimonia come Sauro tenne un comportamento tranquillo ed impassibile, durante e dopo la lettura della sentenza e che, durante il tragitto verso il luogo del patibolo, egli iniziò a gridare “Viva l’Italia, abbasso l’Austria, abbasso il vostro imperatore Francesco Giuseppe, quel mascalzone”, resistendo ad una guardia che tentava di zittirlo. Particolarmente commoventi furono le lettere lasciate da Sauro al figlio maggiore Nino ed alla moglie; a quest’ultima scrisse: “Cara Nina, Non posso che chiederti perdono per averti lasciato coi nostri figli ancora col latte sulle labbra. So quanto dovrai lottare e patire per portarli e conservarli sulla buona strada che li farà procedere su quella di loro padre, ma non mi resta da dire altro che io muoio contento di aver fatto solamente il mio dovere di italiano. Siate pur felici che la mia felicità è soltanto quella che gli italiani hanno saputo e voluto fare il loro dovere. Cara consorte, insegna ai nostri figli che il padre loro fu prima italiano, poi padre, poi cittadino. Tuo Nazario”.
Dopo la fine della guerra e la Redenzione, Sauro conquistò finalmente il suo posto tra gli eroi della nazione, non solo per la sua sorte e per le gesta valorose, ma soprattutto per la dignità ed il coraggio dimostrati nelle ultime ore. La sua figura e le sue stesse spoglie accompagnarono poi i momenti raggianti e quelli bui della nostra storia. L’Italia intera si riempì di vie, piazze e monumenti a lui dedicati, il più significativo di questi fu eretto su una riva della sua Capodistria, un grande impianto monumentale, opera dei famosi scultori Selva e del Debbio, che riproduceva il sommergibile Pullino ed una figura femminile alata, con una spada puntata verso il cielo; al di sotto, da un lato vi era una statua dell’eroe intento ad osservare il mare, dall’altra due sculture bronzee che rappresentavano la drammatica scena di Nazario messo a confronto con la madre Anna in tribunale. A Pola, nel luogo del patibolo, fu posta una colonna tratta dalle copiose rovine romane della città, mentre le spoglie dell’eroe vennero tumulate nel cimitero militare polesano, onorate da un solenne sepolcro monumentale.
Dopo molti anni, durante le tragiche vicende della seconda guerra, le autorità militari tedesche che occupavano anche Capodistria, smontarono il monumento con il pretesto che esso poteva costituire un punto di riferimento per l’aviazione alleata; molto verosimilmente il commissario supremo della Zona d’Operazioni Litorale Adriatico Friederick Rainer, in quanto austriaco e manifestamente rancoroso verso gli Italiani, non tollerava quel simbolo dell’irredentismo. Dopo la fine della guerra e la definitiva occupazione da parte jugoslava, i nuovi padroni distrussero quanto restava della base monumentale e fusero le statue bronzee. Stessa sorte subì la torretta del sommergibile Pullino, che ornava il cortile del Liceo Combi di Capodistria.
Il 6 marzo del 1947, anche la salma dell’eroe capodistriano seguì i polesani nel loro esilio con la nave Toscana, assieme a quelle di altri morti che i parenti non vollero lasciare allo straniero. Oggi anche Nazario Sauro vive quindi idealmente la condizione di esule dalla sua terra; le sue spoglie riposano nel tempio votivo del lido di Venezia, dove un’epigrafe riporta le seguenti parole: “QUESTE RELIQUIE DEL MARTIRIO DI NAZARIO SAURO, FUGGIASCHE DA POLA, AFFIDANO GLI ESULI GIULIANI E DALMATI ALLA MATERNA PIETA’ DI VENEZIA"