29/04/2026
Orazione tenuta il 25 aprile da Parsi, redattrice di :
Amiche e amici carissimi, Buon 25 Aprile.
E’ per me un onore essere qui con voi oggi a Villadossola per celebrare la Festa della liberazione dal nazifascismo.
Una data fondamentale nella storia d’Italia, una data di tutte e di tutti resa possibile dalle donne e dagli uomini della Resistenza.
Una data che traccia, insieme alla nascita della Costituzione, l’inizio di un cammino nel solco della democrazia dopo aver vissuto il giogo della dittatura.
Una giornata fondamentale dunque che qui a Villadossola prende, più che altrove, il significato dell’azione.
Villadossola e la Valle Antrona sono state coraggiosa culla di rivincita, di battaglie per i diritti, Scintilla con la prima rivolta dentro e fuori le fabbriche che accese la battaglia della Resistenza quell’8 novembre del 1943 prima che altrove in Italia.
Oggi e sempre ricordiamo il sacrificio di chi ha affidato alle nostre cure la Costituzione, ma da qui, da Villadossola in particolare diciamo che: il ricordo non è abbastanza.
Da qui, terra di azione, ci facciamo portatori dei valori della Costituzione per dimostrare a donne e uomini partigiane e partigiani, di essere degni di quel sacrificio, mettendo in pratica diritti e doveri della nostra Costituzione ogni giorno.
Perché se qualcosa abbiamo imparato dal secolo che abbiamo lasciato alle spalle è che Democrazia significa esserci sempre.
Come voi che siete qui oggi, fisicamente presenti.
A noi è affidato il compito di garantire ai nostri figli e a chi verrà domani un futuro di solidarietà, equità, giustizia.
Un futuro in cui il 25 Aprile sia finalmente la festa di tutte e tutti ma di cui sia ben chiaro il significato.
Di tutte e tutti gli italiani perché il 25 Aprile è la gioia della democrazia, della civiltà, dello stato di diritto sulla barbarie di nazismo e fascismo.
E ricordiamolo allora, contro i tentativi di revisionismo, che nazismo e fascismo furono la dittatura progenitrice del Sovranismo e delle autocrazie di oggi: del potere nelle mani di un solo uomo, delle
politiche dell’odio nelle parole e nelle armi in pugno, nella pena di morte, nella detenzione preventiva, della politica svilita, arraffona, così lontana da quell’idea di politica alta, giusta, messa in campo, prima che ovunque in Italia, proprio qui in Ossola con la Repubblica dell’Ossola.
E’ qui, nella nostra Repubblica dell’Ossola che troviamo le radici di una Costituzione e di un voto alle donne che vogliamo celebrare oggi insieme al 25 Aprile.
80 anni da quel voto sono pochi!
Lo dico soprattutto alle donne qui con noi: sono pochi e fragili ed è per questo che il nostro voto va custodito e praticato, praticando la politica!
Dicevo una Repubblica dell’Ossola che elegge già nel 1944 una donna, Gisella Floreanini, nella sua giunta di Governo.
Leggiamo nel Bollettino di Informazioni della zona liberata, il motivo di questa nomina:
«Se ci limitiamo anche solo a considerare questa nostra Ossola, che mai vi è di più equo del riconoscere alle donne che da secoli vi alternano le cure domestiche colle durissime fatiche della
terra? Ecco le donne, conoscono ogni sentiero, ogni pianta del bosco. Chi opera e fatica per la vita comune, chi interviene nella produzione sociale ha il diritto di partecipare alle decisioni che
regolano o determinano il corso della vita collettiva”.
Un pensiero chiaro che sembra incontrovertibile oggi, ma che invece nel 1944, era rivoluzionario.
Ricordiamolo allora che si arrivava dalle leggi patriarcali del fascismo: una serie di norme volte a normalizzare la sottomissione femminile, confinando la donna al ruolo di madre e casalinga e a
rafforzare l'autorità patriarcale all'interno della famiglia.
Queste politiche si tradussero in limitazioni giuridiche, lavorative e sociali: L'articolo 144 del Codice Rocco stabiliva che il marito era il "capo della famiglia" e la moglie ne assumeva il cognome ed era obbligata ad accompagnarlo ovunque decidesse di fissare la residenza.
Ci furono le tasse sui celibi; la quota del 10% attuata con una circolare del 1933 che limitò la presenza delle donne negli uffici pubblici e privati a una quota massima del 10% del personale.
Quella del “Licenziamento delle sposate” volta a espellere le donne sposate dal mercato del lavoro per riportarle alla sfera domestica.
Ecco perché l’elezione di Gisella Floreanini nella giunta provvisoria di Governo della Repubblica dell’Ossola fu rivoluzionaria e fondamentale.
E c’è un fatto ancor meno noto che ho scoperto studiando per il nostro incontro, oggi.
La prima richiesta per il suffragio femminile fu della Commissione per il voto alle donne dell’UDI, l’Unione donne italiane, nata per iniziativa di alcune esponenti del movimento antifascista.
Tenete a mente questo nome: UDI.
Il 30 gennaio del 1945 con l’Europa ancora in guerra e il nord Italia sotto l’occupazione tedesca, venne finalmente firmato il decreto da Umberto II di Savoia: le donne potevano votare anche se servì un secondo decreto, il 10 marzo del 1946, perché si erano dimenticati di scrivere che potevano essere anche elette.
Le prime elezioni in Italia in cui votarono le donne furono alla fine della Seconda guerra mondiale:
si votò in 5.722 comuni per le amministrative. Scriveva Nilde Iotti in Vie nuove, il 2 giugno 1947, ricordando il primo voto delle donne: «Erano un po’ emozionate quel giorno: sentivano tutta l’importanza del loro atto e la responsabilità che da esso derivava. Sentivano la gioia di essere finalmente libere, come italiane e come donne, e quella scheda, su cui mani incerte o sicure tracciavano una croce, era per loro un simbolo di democrazia, di libertà, di aspirazioni
finalmente realizzate».
Degli oltre 14 milioni di donne che acquisirono il diritto di voto, andò a votare una percentuale altissima: l’89% .
Vi ho parlato dell’UDI, dell’Unione Donne Italiane, perché è qui che si lega il filo con la nostra Gisella Floreanini che insieme ad Elsa Oliva cui Villadossola ha dedicato la biblioteca dell’istituto
Bagnolini, è tra le partigiane più note della Resistenza in Ossola.
Floreanini infatti dopo l’esperienza della Repubblica dell’Ossola non entrò nell’assemblea Costituente ma proseguì la carriera politica e divenne presidente della sezione di Novara di quell’UDI che aveva combattuto per il suffragio femminile.
Scriveva nel giornale Noi Donne, periodico di emancipazione femminile nel 1955:
«C’è ancora in noi troppa timidezza ad affrontare i problemi che l’avversario politico pone senza alcun ritegno. Attraverso la nostra azione tali argomenti devono essere affrontati con maggior
coraggio, vivacità e spregiudicatezza. I compiti che noi abbiamo dinanzi sono difficili ma un passo dobbiamo farlo e subito. Gli avversari della democrazia non possono ammettere l’esistenza di una donna italiana cosciente dei suoi diritti in una società più civile ed umana, per questo si servono di un poderoso armamentario propagandistico. Dobbiamo quindi contribuire con maggior forza al cammino della donna verso la sua emancipazione, far progredire la democrazia in Italia».
Democrazia ed emancipazione: due parole, due concetti che si reggono insieme.
Era il 1955 e ancora oggi compiamo quel viaggio, e sono certa che dobbiamo farlo insieme, uomini e donne, consapevoli che l’uguaglianza sostanziale, non solo formale, non è ancora raggiunta.
Un cammino comune perché sia possibile dare attuazione ai principi di quel 25 Aprile che oggi celebriamo.
Tra questi, e chiudo, quello voluto da Nilde Iotti sull’uguaglianza nella famiglia, che trovò spazio nell’articolo 31.2 della Costituzione:
«Lo Stato provvederà alla protezione morale e materiale della maternità, dell’infanzia e della gioventù e istituirà gli organismi necessari a tale scopo; asili, scuole, strumenti che consentano alla
donna di adempiere al proprio lavoro, ma anche alla sua missione familiare con eguale retribuzione per eguale lavoro».
E allora Buona Festa della Liberazione oggi ricordando donne e uomini che fecero la Resistenza, rimboccandoci le maniche già domani per garantire la democrazia che partigiane e partigiani guadagnarono col sangue.
Grazie.