Anpi Sedriano Vittuone

Anpi Sedriano Vittuone L' Anpi Sedriano & Vittuone è dedicata alla straordinaria figura del Partigiano Carlo Ch***pa "Abele"

08/09/2026
Un cittadino di Vittuone ama fare pellegrinaggi a Predappio, per rendere omaggio al criminale Mussolini, piuttosto che d...
21/08/2026

Un cittadino di Vittuone ama fare pellegrinaggi a Predappio, per rendere omaggio al criminale Mussolini, piuttosto che da Padre Pio, problemi suoi. Poi senza vergogna, pubblica sui social le foto della sua impresa con un maschio "me ne frego se a qualcuno da fastidio" in seguito cancella il tutto, forse conscio di poter incorrere nel reato di apologia del fascismo. Fin qui niente di nuovo. In questo periodo siamo abituati a personaggi che cercano e ostentano titoli per costruirsi un curriculum da fascista. Poi, però, il vicesindaco e un assessore di Vittuone fanno click e firmano il loro piacere a quel post fascista. Due amministratori che hanno giurato sulla Costituzione, per sua natura antifascista, con quel click fanno pubblicamente spergiuro. A questo punto la cosa diventa affare di tutti, tant'è che viene segnalato anche da giornali nazionali. La dottoressa Elena Comerio, sindaca di Vittuone, anziché biasimare i suoi collaboratori per una "scivolata" che segna la sua amministrazione, ci mette del suo dichiarando, da un lato, che è una cosa che riguarda vacanze e amicizia e dall'altro confondendo il reato di apologia del fascismo con quello che lei chiama apologia del comunismo che reato non è. Condanniamo fermamente qualsiasi atteggiamento e dichiarazione pubblica semini il dubbio che chi rappresenta la nostra comunità sia colluso con valori contrari a democrazia e antifascismo o tenda a minimizzare episodi come quello raccontato.

06/08/2026

Francesco è morto. Ma stavolta non è "per tre giorni poi risorge", come cantava nella sua "Dio è morto" il maestro Guccini, che ci ha lasciato stanotte a 86 anni d'età.

Con lui si chiude un periodo irripetibile della cultura italiana di massa, della canzone d'autore, e della vita pubblica concepita come continua e coscienziosa analisi del presente, ed esercizio del dubbio e del pensiero critico. Un periodo in cui l'antifascismo, al quale Guccini ha rivendicato con forza anche nell'ultima intervista pubblica di appartenere, era un valore indiscusso e primario, la pietra angolare della nostra Repubblica.

Francesco adesso ritroverà la sua amica S. F. la cui morte in un incidente stradale negli anni Sessanta divenne una canzone che iniziava con "Lunga e diritta correva la strada...", e che tutti credo abbiamo cantato.

Guccini riabbraccerà Lucio Dalla, e certamente Augusto Daolio, la voce storica dei Nomadi, e quel "bambino nel vento" a cui dedicò "Auschwitz", e chissà, forse anche Pietro Rigosi alla cui vicenda si ispirò per scrivere "La Locomotiva", capolavoro e canzone emblema di quel periodo.

Non avendo niente di pronto, e provando molta tristezza per la sua dipartita, ripropongo la incredibile storia di quella sua immortale canzone, di lotta e di riscatto.

"Lo raccolsero che ancora respirava”

Ultimi giorni del marzo 1972, entra in studio per registrare “Radici”, suo quarto album, il cantautore Francesco Guccini (foto a sinistra); sei mesi dopo esce il disco che contiene “la più bella canzone popolare del dopoguerra”, come l’ha definita Roberto Leydi, musicologo: debutta infatti “La Locomotiva”.

Si tratta di un vero e proprio inno della musica italiana, che trasforma un fatto di cronaca in un racconto epico, e Guccini nel poeta creatore di un mito, quello di un eroico lavoratore che decide di lanciare una “bomba sua: la macchina a vapore”. Ma chi è il protagonista “macchinista ferroviere” del quale il cantautore emiliano canta “non so che viso avesse, neppure come si chiamava”?

Pietro Rigosi, 28 anni, bolognese, ecco il suo nome. Sposato con Celestina, due figlie piccole e un maschietto in arrivo, il pomeriggio del 20 luglio 1893 sta spalando carbone per alimentare la caldaia di un treno in sosta alla stazione di Poggio Renatico, provincia di Ferrara; ferroviere sì ma fuochista, per la precisione.

Sul binario accanto sta aspettando di ripartire, diretto a Bologna, un convoglio di vagoni merci; il suo macchinista con una scusa viene fatto allontanare da Pietro, che può così saltare a bordo, mandare la pressione al massimo e liberare la locomotiva dai vagoni e dal freno. In un attimo “il mostro divorava la pianura”.

Rigosi (immagine a destra da una rivista dell’epoca) intende forse compiere un gesto estremo, violento e di protesta contro le disuguaglianze del suo tempo? Nutre idee rivoluzionarie, con le quali magari è venuto a contatto nell’ambiente di fine Ottocento dei ferrovieri bolognesi, dove “la fiaccola dell’anarchia” rosseggia forte ? Può essere.

Comunque la sua azione, di lanciarsi contro “un treno pieno di signori” in nome di “generazioni senza nome” non è organizzata, ma sembra avvenire d’impulso. Pietro coglie l’occasione al volo anche per “vendicare qualche torto”? o potrebbe trattarsi piuttosto di uno scontro insanabile tra lui e l’azienda ferroviaria? Non lo chiarirà mai del tutto.

Fatto sta che quel pomeriggio d’estate la locomotiva percorre i 37 chilometri che la separano dal suo obiettivo, la stazione di Bologna, in 36 minuti, dunque ad una velocità media di oltre 60 chilometri all’ora, che per una macchina a vapore di quel tipo, sui binari di quel tempo, è pazzesca.

L’arrangiamento musicale della canzone stessa di Guccini richiama l’incalzante procedere del treno (“ma intanto corre, corre, corre la locomotiva”), e così pure in fondo ad ogni strofa la ripetizione della frase finale, di grande effetto, avvincente e tipica della ballata popolare (“gli eroi son tutti giovani e belli” per tre volte).

Man mano che Rigosi oltrepassa rapido le stazioni e i campi dei “contadini curvi”, col fischio a vapore che non smette perché lui lo ha bloccato di proposito, genera però un allarme. Via telegrafo a “Bologna la notizia arrivò in un baleno” e la macchina viene “deviata lungo una linea morta”.

Alle 17 e 10 la locomotiva, coi comandi legati anch’essi, e volutamente, dal fuochista bolognese, irrompe in uno scalo alle porte della città sotto gli occhi dei colleghi di Pietro, che lo vedono paonazzo sporgersi dal mezzo. Potrebbe ancora salvarsi gettandosi fuori, come gli urlano tutti, ma lui no.

Con “immensa forza distruttrice” la locomotiva si schianta su una fila di vagoni di prima classe da riparare, ma non verrà l’atteso “manto della grande consolatrice” per Rigosi, che viene raccolto “che ancora respirava”, ricoverato, operato e dimesso quasi due mesi dopo. Amputato ad una gamba e pieno di cicatrici in volto, evita il processo perché dichiarato pazzo.

Meglio un insano di mente libero, che un presunto eroe in galera, per le reazionarie autorità di fine XIX secolo. La locomotiva della canzone viene riparata, e il gesto di Pietro, attribuito a vino e follia dai pochi giornali che ne accennano, silenziato per sempre. Licenziato ma con un indennizzo pari a circa 3000 euro attuali, del ferroviere anarchico si perdono le tracce.

Guccini per caso settant’anni dopo legge una breve storia della locomotiva usata come una bomba, e il suo anziano vicino di casa a Bologna, che conosceva Rigosi, gli conferma che l’ex ferroviere si professava anarchico. L’immaginazione del cantautore fa il resto, e in appena mezz’ora traduce il fatto storico in parole e musica.

La sua genialità eccelle quando conclude la vicenda con una morale, come nella più classica delle favole: non importa se Pietro ha fallito, ma conta “pensarlo ancora dietro al motore” perché significa persistere nell’umano desiderio di ricevere di nuovo “la notizia di una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l'ingiustizia!”.

“La Locomotiva” nasce per raccontare un gesto individuale di ribellione che lo aveva appassionato -spiegherà poi Guccini dopo l’uscita del disco- ispirandosi anche a vecchie canzoni popolari, come “Addio Lugano bella”, che amava. Un esempio di audacia, e di tentato riscatto di diritti negati, messo in musica, insomma, e non un pezzo politico.

Ma nel fermento dei primi anni Settanta del secolo scorso molti giovani consumatori di canzoni, sempre più attenti all’aspetto “politico” ed al “sociale” del vivere quotidiano, troveranno invece nel gesto di Pietro Rigosi romanzato da Guccini una delle loro bandiere più resistenti e significative.

(scritto di Roberto Neri; fonti principali sono l’articolo “Pietro Rigosi, il fuochista consegnato alla memoria da ‘La Locomotiva’ di Francesco Guccini” di M. Pretta, apparso il 14 ottobre 2002 online su Nemesis Magazine che fornisce anche le foto, e la scheda dell’album “Radici”dal sito ufficiale di Francesco Guccini)

04/08/2026

4 AGOSTO 1974. LA BOMBA FASCISTA SUL TRENO ITALICUS. 12 MORTI 40 FERITI.
Le incredibili vicende raccontate da Saverio Ferrari nel libro "Le stragi di stato"

LA DESTRA EVERSIVA TOSCANA,
IL SID E LA LOGGIA MASSONICA P2

Alla 1.17 del 4 agosto 1974, sul treno espresso Roma-Brennero, l’Italicus, proveniente da Firenze e diretto a Bologna, a cento metri dallo sbocco della Grande galleria dell’Appennino, esplodeva un potente ordigno a tempo.
Il convoglio, composto di 17 vetture più il locomotore, trasportava in quel momento 342 viaggiatori. Allo scoppio seguiva immediatamente un incendio.
Il bilancio sarà di 12 morti e 44 feriti.
Il treno era in ritardo di quasi mezz’ora. Se la marcia fosse stata regolare, si sarebbe dovuto trovare all’ingresso della stazione di Bologna centrale.
Sul punto dell’esplosione, individuato sotto la poltrona del secondo scompartimento di prima classe della quinta carrozza, furono rinvenuti alcuni frammenti di una sveglia marca Peter, costruita in Germania.
I periti ritennero di poter affermare che la carica esplosiva fosse composta da 2,5 chilogrammi di tritolo, nitrato e ammoniaca, e da una miscela incendiaria.

ORDINE NERO

Il giorno successivo fu trovato in una cabina telefonica di Bologna, redatto a macchina, un volantino che rivendicava la paternità dell’attentato, firmato da “Ordine nero, sezione Pierre Drieu La Rochelle, sezione Giancarlo Esposti”. “Abbiamo voluto dimostrare alla Nazione” – questo il testo – “che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi luogo dove e quando ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti”.
Nella stessa notte arrivarono alla redazione de Il Resto del Carlino due telefonate anonime di un sedicente “scritturale di Ordine nero” per confermare il contenuto del volantino.
Sulla base di alcune testimonianze fu presto individuato un gruppo di neofascisti. Nell’abitazione in comune di due di loro, Italo Bono e Emanuele Bartoli, si recuperarono i frammenti di un foglio manoscritto dalla cui ricomposizione risultava il testo del comunicato rinvenuto nella cabina telefonica. Italo Bono ammise di essere stato l’autore del volantino e delle telefonate al giornale.
Nessuna prova comunque emerse di un possibile legame con la strage. Già in precedenza Italo Bono aveva assunto comportamenti analoghi, rivendicando anche, nel maggio precedente, la bomba di piazza della Loggia. Le perizie psichiatriche lo definirono come un “ipofrenico”, caratterizzato da “gracilità mentale”. Più seri risultarono, invece, i suoi tentativi di procurarsi armi e i legami con Ordine nero.
Alcuni mesi prima si era, infatti, concretamente costituito a Bologna un nucleo clandestino di Ordine nero, nato dalle ceneri di Ordine nuovo. Il gruppo, composto da fuoriusciti della federazione missina, disponeva di una sede, in Strada Maggiore n. 79, e distribuiva Anno zero, il foglio di collegamento dell’organizzazione.
I suoi aderenti, insieme a Italo Bono, furono tutti accusati di ricostituzione del partito fascista.

“LE BOMBE SONO PRONTE”

Nel corso delle prime indagini, il 9 agosto, l’ufficio politico della Questura di Roma riferì la testimonianza della titolare di una ricevitoria del lotto, in via Aureliana 21, che disse di aver occasionalmente ascoltato nel suo locale, il 31 luglio, alcuni brani della telefonata di una giovane donna.
Queste le frasi, pronunciate a bassa voce, ma in modo distinto: “Le bombe sono pronte […] da Bologna c’è il treno per Mestre […] lì trovi la macchina per passare i confini […] stai tranquillo […] i passaporti sono pronti”. Il telefono era a non più di un metro dallo sportello in cui si ricevevano le giocate. Difficile non sentire.
La deposizione della titolare fu avvalorata anche da un’impiegata della ricevitoria che, a sua volta, raccontò di aver ascoltato quelle parole.
Le due donne dettero anche indicazioni per rintracciare la persona in questione, che fu presto identificata in Claudia Ajello, di anni 26.
Caludia Ajello escluse di aver mai proferito nulla di simile. Sostenne che l’equivoco poteva essere sorto per l’abitudine di rivolgersi alla madre con gli appellativi di “bionda” o “sexy bomba”. La madre era in procinto di partire con un’amica per un viaggio di piacere a Vienna. I riferimenti ai treni, ai confini e ai passaporti, erano relativi al viaggio imminente, di cui lei stessa si era occupata. La madre confermò.
Si scoprì però che Claudia Ajello, orfana di un colonnello dei carabinieri, lavorava come interprete, esperta in greco moderno, alle dipendenze del Sid, presso un ufficio del controspionaggio in via Aureliana 25. La sua collaborazione datava fin dal 1971.
Oltre a svolgere funzioni di interprete, la donna aveva anche assunto, nel corso degli anni, il ruolo di confidente, soprattutto nella colonia degli studenti greci, composta prevalentemente da dissidenti del regime dei colonnelli.
Queste le riflessioni del giudice istruttore di Bologna Angelo Vella: “A dissipare i sospetti sarebbe stata sufficiente una banale operazione logica di mobilitazione di elementari nozioni di esperienza ordinaria ed essenzialmente la considerazione che il più artigianale dei servizi di spionaggio usa utilizzare strumenti di trasmissione e di comunicazione più sicuri di quanto non appaia e non risulti una conversazione telefonica pubblica”. Detto ciò, “nella struttura dell’episodio”, aggiunse il magistrato, qualche dato “di sconcerto e di opaco […] è sensazione che sopravvive alla più rigorosa obiettivazione della pur non arbitraria soggettività della lettura delle carte processuali”. Una vicenda su cui ritorneremo.

LE PREMONIZIONI DI GIORGIO ALMIRANTE

La strage dell’Italicus fu preceduta da una clamorosa denuncia.
La mattina del 17 luglio Giorgio Almirante, segretario nazionale dell’Msi-Destra nazionale, accompagnato dal presidente del partito, Alfredo Covelli, riferirono ad Emilio Santillo, direttore dell’Ispettorato generale per l’azione contro il terrorismo, di aver avuto notizia che negli scantinati della Facoltà di Fisica dell’Università di Roma, era stata occultata una santabarbara destinata a un attentato dinamitardo al treno Palatino in partenza alle 5.30 dalla stazione Tiburtina. Tali notizie provenivano dall’avvocato Aldo Basile, altro noto esponente dell’Msi, che disse di averle raccolte da una persona a lui sconosciuta. Tutti i giornali ne parlarono. La perquisizione all’università dette esito negativo.
Dopo la strage del 4 agosto, l’avvocato Basile rivelò che il suo confidente aveva indicato in alcuni studenti di sinistra i detentori dell’esplosivo. Fece finalmente anche il nome della sua fonte: Francesco Sgrò, un pregiudicato per furti, successivamente assunto all’università come contrattista, addetto agli istituti di chimica e fisica.
Francesco Sgrò, prima confermò le dichiarazioni rese all’avvocato Basile, poi si rifiutò di firmare il verbale di interrogatorio, infine, sostenne di non ricordare più nulla, denunciando minacce a suo danno e a quello dei suoi familiari. Il 12 agosto, accompagnato dal fratello e da un amico, si presentò alla redazione di Paese Sera, dove, davanti a tre giornalisti e ad un magnetofono, confessò di “aver inventato tutta la storia […] al fine di ottenere denaro e somme ingenti dall’Msi, tramite gli avvocati Basile e Sebastianelli”.
Disse anche di aver ricevuto, quale anticipo, un milione di lire dall’avvocato Basile.
Il 14 confermò tutto al procuratore della Repubblica di Roma.
Sgrò fu arrestato lo stesso giorno per calunnia. Gli avvocati Basile e Sebastianelli vennero invece incarcerati il 31 con l’accusa di aver esercitato violenza e minacce per indurre lo stesso Sgrò a testimoniare.
Un gruppo di militanti dell’Msi, tra cui Angelo Rossi, fratello di Alberto Rossi il capo dei Volontari nazionali, fu a sua volta tratto in arresto, tra il 4 e il 5 settembre, per la responsabilità materiale delle violenze e delle minacce.
Naufragò così il tentativo dell’Msi di accusare la sinistra per alcuni degli atti terroristici che stavano scuotendo il paese. Le stragi di Brescia e dell’Italicus erano state precedute da un’ondata di attentati dinamitardi: il 9 gennaio erano stati fatti saltare i binari a Silvi Marina; il 6 marzo a Barberino del Mugello qualcuno aveva minato i tralicci dell’Enel; il 13 a Milano alcune bombe, firmate Ordine nero, erano state tirate contro l’agenzia di pubblicità del Corriere della Sera ed il Centro studi Gramsci; il 21 aprile a Vaiano un ordigno, rivendicato da Ordine nuovo, aveva tranciato venti metri di binario sulla ferrovia Firenze-Bologna.
Tra il 14 ed il 21 maggio, nel corso delle indagini su Ordine nero e le Sam, erano stati eseguiti numerosi arresti per furti di bombe, armi e munizioni compiuti in varie caserme.
Spirava aria di “golpe”.

LA CONFIDENZA

La svolta si ebbe dopo l’evasione dal carcere di Arezzo, il 15 dicembre 1975, di tre detenuti: Felice D’Alessandro, uno studente universitario condannato in primo grado a 16 anni per omicidio, Aurelio Fianchini, già pregiudicato, in attesa di giudizio per furto di oggetti sacri, e Luciano Franci accusato di strage e detenzione di esplosivi.
Il 18 pomeriggio Aurelio Fianchini si presentò ai giornalisti della redazione romana del settimanale Epoca, dichiarando di aver ricevuto in carcere da Luciano Franci la confidenza che l’attentato al treno Italicus era stata opera della cellula toscana del Fronte nazionale rivoluzionario.
La bomba, disse, era stata costruita ad Arezzo e trasportata a Firenze con una Fiat 500 da Margherita Luddi.
Piero Malentacchi e Giovanni Gallastroni, insieme a Luciano Franci, carrellista alla stazione di Santa Maria Novella, l’avevano collocata sul treno.
Fianchini si recò poi spontaneamente alla squadra mobile di Roma per confermare il racconto. Aggiunse che “l’evasione è stata effettuata per portare il Franci davanti ai giornalisti e fargli confermare alcune gravissime rivelazioni, con la falsa promessa di agevolarlo poi nell’espatrio clandestino”.
“Mario Tuti” – continuò – “fornì l’esplosivo, Malentacchi Piero piazzò l’ordigno sul treno nella stazione di S. Maria di Firenze, e il Franci che lavorava nell’ufficio postale della suddetta Stazione, fece da palo. L’ordigno era stato preparato dal Malentacchi che aveva acquisito una specifica competenza in proposito durante il servizio militare. L’attentato fu eseguito per creare il caos nel paese e favorire l’attuazione di un successivo colpo di Stato. L’esplosivo usato per l’attentato all’Italicus era diverso da quello usato per l’attentato alla Stazione ferroviaria di Terontola”.
Il 20 dicembre Fianchini ribadì le sue accuse davanti al giudice istruttore e al procuratore della Repubblica di Bologna.
Luciano Franci, per la cronaca, dopo aver vagato due giorni nell’aretino, si consegnò alle autorità.

IL FRONTE NAZIONALE RIVOLUZIONARIO

Luciano Franci era stato tratto in arresto nel gennaio 1975, insieme a Piero Malentacchi e ad altri neofascisti, per tre azioni terroristiche, compiute tra il 31 dicembre 1974 ed il 7 gennaio 1975, lungo la linea ferroviaria Arezzo-Chiusi. Quella più grave era avvenuta il 6 gennaio alla stazione di Terontola.
L’imputazione per i due era di strage, associazione a delinquere e detenzione illegale di armi ed esplosivi.
Erano in carcere dopo essere stati fermati, a bordo di un’auto, in prossimità di un deposito di esplosivi, ritrovato, nella notte tra il 22 e il 23 gennaio 1975. Nelle tasche di Malentacchi anche un foglio manoscritto, a firma “Fronte nazionale rivoluzionario”, che annunciava: “Questa notte 22.1.75 il commandos Carlo Martello ha fatto saltare con circa 11 Kg di cheddite il palazzo di commercio”. L’attentato fu sventato.
A seguito di alcune intercettazioni telefoniche, erano poi state perquisite le abitazioni di Margherita Luddi e della nonna, trovando armi e un ingente quantitativo di materiale esplodente prodotto dallo stabilimento Cheddite. Franci ammise di aver ricevuto l’esplosivo da Mario Tuti e di averlo dato in deposito alla Luddi, sua amante.
Le indagini permisero di appurare che nel pomeriggio del 22 gennaio, a Castiglion Fiorentino, si erano incontrati Tuti, Franci, Malentacchi, Gallastroni e Morelli per organizzare l’attentato alla Camera di commercio di Arezzo.

IL GEOMETRA DI EMPOLI

Mario Tuti non finì, con gli altri, nel piccolo carcere di Arezzo. La sera del 24 gennaio, proprio per sottrarsi al mandato di cattura, uccise ad Empoli due degli agenti che intendevano arrestarlo. La sua fuga finirà sei mesi dopo. Sarà ammanettato in Costa Azzurra, dopo un conflitto a fuoco in cui rimase ferito.
Si scoprì essere lui, un oscuro impiegato comunale, assunto con tanto di raccomandazione vescovile, il capo del Fronte nazionale rivoluzionario, un’organizzazione terroristica di cui nulla prima si sapeva.
Nel corso della sua fuga Mario Tuti p***e una borsa, dove, insieme ad altri documenti, custodiva anche un’auto-intervista, da lui personalmente redatta. In quelle pagine la storia del gruppo.
Costituitosi nel febbraio-marzo del 1974, il Fronte nazionale rivoluzionario, “un gruppo clandestino per la lotta all’attuale sistema pluto-marxista”, si poneva come obiettivo il raggiungimento della “rivoluzione nazional-socialista” con “tutti i mezzi” possibili, terrorismo compreso. Tra i maestri si annoveravano: Codreanu, Adolf Hi**er, Mussolini, ma anche Mao Tze D**g, Gheddafi e Che Guevara. Il Fronte era in realtà la prosecuzione delle esperienze di Ordine nuovo e Ordine nero nella zona di Firenze-Lucca-Arezzo. In particolare dall’Msi di Arezzo, in concomitanza con la fusione dei monarchici facenti capo ad Alfredo Covelli, era fuoriuscito un gruppo, quasi tutti di iscritti al Fronte della gioventù, che aveva costituito la locale sezione di Ordine nuovo. Una scissione ben strana se solo si consideri che la cellula era finanziata dall’avvocato Ghinelli, all’epoca commissario straordinario della federazione aretina dell’Msi.
La magistratura imputò ai suoi aderenti la responsabilità di diversi attentati. Per quello alla Casa del popolo di Moiano, fu arrestato, nel maggio del 1974, Massimo Batani. Altri furono inquisiti. Nel corso di questa istruttoria si accertò anche che le riunioni preparatorie si erano prevalentemente tenute nell’abitazione di Augusto Cauchi.
Cauchi, con ogni probabilità era successivamente divenuto il capo della cellula aretina del Fronte. Si dette alla latitanza lo stesso giorno in cui Tuti commise l’eccidio di Empoli.
La Corte di assise di Arezzo, il 21 aprile 1976, per i tre attentati sulla linea ferroviaria Arezzo-Chiusi, e per ricostituzione del partito fascista, condannò Mario Tuti a 20 anni, Luciano Franci a 17, Piero Malentacchi, Giovanni Gallastroni, Morelli Marino e Augusto Cauchi a 5.
Marco Affatigato fu condannato a quattro anni per ricostituzione del partito fascista, Margherita Luddi a tre per ricettazione.

ALLA STAZIONE DI SANTA MARIA NOVELLA

Nell’evasione dal carcere di Arezzo, con il più classico dei sistemi, lenzuola e coperte annodate, Felice D’Alessandro, aveva perso, a sua volta, una sacca con un diario da lui tenuto dal giorno del suo arresto.
Da quegli scritti si ebbe la conferma della veridicità delle deposizioni di Fianchini. D’Alessandro aveva, infatti, anch’egli ricevuto confidenze da Luciano Franci, ancor prima dell’arrivo in carcere di Fianchini. Riguardavano soprattutto l’esplosivo utilizzato per l’Italicus e il ruolo dello stesso Franci alla stazione di Firenze. D’Alessandro annotò tutto sul suo diario. Di lui, comunque, si p***ero per sempre le tracce.
Queste le conclusioni del giudice istruttore: la strage era stata preparata nell’inverno-primavera del 1974 attraverso più incontri, tra Tuti e Franci, all’interno della stazione di Santa Maria Novella di Firenze. L’ordigno era stato fornito da Tuti, che oltre ad essere collezionista d’armi era anche esperto in esplosivi (furono rinvenuti diversi manuali nella sua abitazione). Malentacchi lo aveva preparato, data la sua abilità (era stato, per altro, promosso artificiere con un elevato punteggio durante il servizio militare), e anche trasportato con Margherita Luddi a Firenze. Qui era stato collocato sul treno. Luciano Franci aveva fatto da palo.
Franci, si appurò, era davvero presente la sera del fatto alla stazione di Firenze mentre l’Italicus giungeva da Roma sul binario 11, dove avrebbe sostato per circa venti minuti. Trasportava con il carrello stampe e altri plichi da caricare sul convoglio postale diretto a Milano, in sosta sul contiguo binario 10.
Tra i binari 10 e 11 non potevano esserci passeggeri. La pensilina era adibita a funzioni di servizio.
Il 5 agosto fu per Franci giorno di riposo. Dal 6 si assentò per malattia, senza che si riuscì mai a acquisire la relativa certificazione medica. Poi partì per le ferie.
Tuti rimase, invece, immotivatamente lontano dal lavoro dal 3 all’8 agosto per una mai dimostrata malattia, mentendo alla moglie a cui continuava a dire di recarsi come sempre in ufficio.

UNA STRANA SIGNORA

Prima ancora delle confessioni di Aurelio Fianchini, la moglie separata di Augusto Cauchi, Alessandra De Bellis aveva reso dichiarazioni esplosive in circostanze assolutamente singolari. Il 9 agosto, trovandosi in vacanza, si era presentata a Cagliari alla sede del comitato regionale del Pci, dove, adducendo di essere stata derubata da ignoti di ogni suo avere, aveva chiesto una somma di denaro in cambio di notizie sensazionali su Mario Tuti e sugli attentati verificatisi negli ultimi tempi in Toscana.
Successivamente all’ufficio politico della questura dichiarò che il marito sin dal dicembre 1973 l’aveva informata che si stava preparando una strage. Le aveva confidato “proprio il nome del treno, cioè l’Italicus” precisando “che si sarebbe verificata una strage di centinaia di persone”.
Era stata fermata e rispedita a casa.
Ascoltata ad Arezzo dal pubblico ministero, aveva ripetuto di aver ospitato in casa sua le riunioni degli amici del marito e che Luciano Franci l’aveva messa al corrente che nel corso di quegli incontri erano stati preparati gli attentati alla Casa del popolo di Moiano, avvenuto nell’aprile del 1974, e al treno Italicus. Fu ricoverata in clinica psichiatrica per “sindrome dissociativa”.
Al giudice istruttore di Bologna riconfermò nuovamente tutto. La sua deposizione venne giudicata priva di “consistenza probatoria”, seppur di “rilevante interesse proprio per la valutazione di fatti e circostanze che si conosceranno solo il 18 dicembre 1975”.

I PROCESSI

Il giudice istruttore di Bologna Angelo Vella, con sentenza-ordinanza del 31 luglio 1980, rinviò a giudizio Mario Tuti, Luciano Franci e Piero Malentacchi quali autori materiali della strage; Margherita Luddi per detenzione di esplosivi; Francesco Sgrò per calunnia; Emanuel Bartoli, Maurizio Barbieri e Rodolfo Poli per ricostituzione del partito fascista.
Decise il non doversi procedere nei confronti di Italo Bono, Aldo Basile, Gianfranco Sebastianelli, Angelo Rossi e il gruppo dei militanti dell’Msi. Per questi ultimi l’amnistia aveva cancellato il reato di porto abusivo di armi.
Per quanto il quadro probatorio fosse assai consistente, il percorso processuale produsse risultati altalenanti.
La Corte di assise di Bologna, il 20 luglio 1983, assolse Mario Tuti, Luciano Franci, Piero Malentacchi e Margherita Luddi per insufficienza di prove. Il reato di Francesco Sgrò fu invece prescritto.
La Corte di assise di appello, il 18 dicembre 1986, ribaltò il verdetto, condannando all’ergastolo Tuti e Franci. Per il solo Malentacchi fu confermata l’assoluzione. Riguardo a Margherita Luddi si prese atto che l’amnistia aveva estinto il reato.
La Corte di cassazione, il 16 dicembre 1987, annullò la sentenza.
Il secondo appello, in data 4 aprile 1991, assolse nuovamente Tuti e Franci dall’accusa di strage e da ogni altra imputazione.
La Corte di cassazione, il 24 marzo 1992, chiuse definitivamente il cammino giudiziario, confermando la sentenza di assoluzione.

L’INFILTRATA

Torniamo per un attimo a Claudia Ajello e a Francesco Sgrò.
Nel corso del processo di primo grado, nel maggio 1982, la Corte chiese al Sismi l’acquisizione del fascicolo riguardante Claudia Ajello.
Il Sismi, attraverso il direttore generale, Ninetto Lugaresi, comunicò che il documento in “talune sue parti” era “coperto dal segreto di Stato” e che “tali parti riguardano operazioni di controspionaggio”.
Il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, due mesi dopo, il 19 agosto, controfirmò la decisione motivando che “la diffusione delle notizie per le quali è stato opposto il segreto di Stato è idonea a recare danno alle relazioni del nostro paese con altri Stati”.
Claudia Ajello fu giudicata dalla pretura di Bologna per la falsa testimonianza resa al processo per la strage e condannata a due anni. Fu assolta in appello, anche se nella sentenza si sottolineò come “l’indagine dell’autorità giudiziaria è stata sensibilmente limitata dal segreto di Stato, ove doveva accertare gli effettivi compiti e le effettive attività svolte dalla Ajello per il Sid”.
I compiti reali della Ajello si scoprirono comunque nel 1985, quando, nel corso dell’istruttoria-bis sulla strage dell’Italicus, il Sismi, il 17 giugno, fece finalmente pervenire al giudice istruttore una parte significativa del fascicolo coperto dal segreto di Stato.
Si appurò definitivamente che Claudia Ajello non era una semplice traduttrice e che era stata impiegata, unitamente al padre e alla madre, nelle operazioni denominate Palla e Morfeo ai danni degli esuli greci dissidenti del regime dei colonnelli, entro cui si era infiltrata allo scopo di segnalarli e schedarli, anche grazie ad una tessera di iscrizione al Pci.
La telefonata ascoltata nella ricevitoria del lotto, in via Aureliana, aveva dunque un significato diverso. Avvenne prima della strage. Come prima del 4 agosto Francesco Sgrò disse che si stava preparando un attentato ad un treno, il Palatino che doveva partire alle 5.30 dalla stazione Tiburtina. Sbagliò treno e stazione, ma non l’orario. L’Italicus partì infatti alle 17.30 dalla stazione Termini. Una strana coincidenza. Sgrò fu considerato un bugiardo, ma qualcuno certamente sapeva dei preparativi dell’attentato.

LA LOGGIA MASSONICA P2

Mentre era ancora in svolgimento il processo davanti la Corte di assise, la procura di Bologna aprì un nuovo filone d’inchiesta per accertare gli inquinamenti e i depistaggi che si erano manifestati durante le indagini. Un’analoga istruttoria era stata nel frattempo avviata riguardo la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. I due procedimenti furono riunificati nell’ottobre 1993.
Più di un motivo deponeva in favore di questa decisione. Ricorrevano i medesimi gruppi eversivi e gli stessi collegamenti con la loggia massonica P2. I rapporti con gli apparati di sicurezza erano a loro volta passati attraverso gli stessi esponenti, anche al fine di ostacolare le indagini.
Questa inchiesta-bis si concluse, il 3 agosto 1994, con il rinvio a giudizio, da parte del giudice istruttore Leonardo Grassi, del direttore del centro Sismi di Firenze, Federigo Mannucci Benincasa, per favoreggiamento e abuso continuati e aggravati dalla finalità di eversione.
Per competenza, parte degli atti furono trasmessi ad altre procure, tra l’altro a Roma, in ordine alle ipotesi di cospirazione politica e attentato contro la Costituzione dello Stato, a carico di Gianadelio Maletti, Antonio Labruna, Giancarlo D’Ovidio, Federigo Mannucci Benincasa, Umberto Nobili, Pietro Musumeci, Giuseppe Belmonte e Licio Gelli.
Relativamente all’Italicus, il giudice istruttore accertò che il colonnello Domenico Tuminello, comandante del gruppo carabinieri di Arezzo, nell’agosto settembre 1974, aveva ricevuto dal generale Bittoni, comandante dell’8a brigata carabinieri di Firenze, una segnalazione riguardo Luciano Franci, Piero Malentacchi e Massimo Batani. Le informazioni provenivano dall’interno della federazione missina di Arezzo e dall’ammiraglio Birindelli, uno dei massimi esponenti nazionali del partito. Venne omessa ogni indagine.
Tuminello, Bittoni e lo stesso Birindelli, risultarono alla fine, tutti e tre, affiliati alla loggia P2.
Ben più gravi le responsabilità di Federigo Mannucci Benincasa, direttore del centro Sid e poi del Sismi di Firenze, che non solo mantenne rapporti con Augusto Cauchi, ma lo protesse nella sua latitanza, non facendo pervenire all’autorità giudiziaria le indicazioni in suo possesso per catturarlo. I rapporti fra i due passarono attraverso il professor Luigi Oggioni, affiliato alla P2, ortopedico di fiducia del Sismi di Firenze.
Si acquisì anche, da un rapporto del Sismi del 1977, che Augusto Cauchi fin dalla primavera del 1974 collaborava con il locale centro Sid.
La destra eversiva toscana e la loggia massonica P2 godevano dunque di altissime protezioni istituzionali.
La stessa Commissione d’inchiesta sulla P2, presieduta dall’on. Tina Anselmi, concludendo i suoi lavori nel 1985, affermò che “la Loggia P2” non solo “svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana”, ma fu “gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale”.
Lo stesso giudice istruttore, Angelo Vella, a metà degli anni Ottanta, risultò essere affiliato a più di una loggia massonica, alla “Zamboni-De Rolandis” e alla sezione bolognese del “Capitolo Nazionale Coperto”. Disse, a sua difesa, di essere entrato “in sonno” sin dal 1981. Su di lui si scatenarono ferocissime polemiche. Alcuni si interrogarono sul fatto che nelle indagini sull’Italicus non avesse mai coinvolto alcun piduista. Divenne consigliere di Cassazione, ma la sua carriera non andò oltre. Fu difeso a spada tratta da Francesco Cossiga.

AL SERVIZIO DI PINOCHET

Augusto Cauchi fuggì nel 1975 a Madrid, dove si unì al gruppo di Stefano Delle Chiaie. In Spagna venne coinvolto nel rapimento e nell’omicidio di un industriale cercando di far ricadere le colpe sui nazionalisti baschi. Il 9 maggio del 1976, a Montejurra, insieme a Delle Chiaie, Piero Carmassi, Mario Ricci, Giuseppe Calzona e Carlo Cicuttini, partecipò a un’aggressione nei confronti di una manifestazione antifranchista promossa dal partito carlista. Due giovani democratici furono uccisi a colpi di arma da fuoco e altri feriti.
Si spostò successivamente in Cile, dove collaborò con la Dina, il servizio segreto cileno, impegnandosi nelle operazioni di eliminazione all’estero degli oppositori politici. L’ultima tappa fu in Argentina dove venne arrestato solo nel 1993. Sul suo capo erano ancora pendenti, una condanna a cinque anni per ricostituzione del partito fascista, ed una a sette anni e mezzo per associazione sovversiva e detenzione di armi. Le autorità argentine negarono l’estradizione.
Rientrato nel dicembre 2001 per un breve periodo in Italia, dopo la prescrizione dei suoi reati, tornò in Argentina a dirigere una ditta di import-export, senza aver mai fatto un solo giorno di carcere.

LA ROTTAMAZIONE

Nell’agosto 2004 giunse la notizia dell’avvenuta rottamazione della carrozza 5 del treno Italicus. Restò parcheggiata per alcuni anni su un binario cieco della stazione di San Benedetto Val di Sambro. Un ferroviere-scultore realizzò anche un piccolo monumento con alcune parti del vagone saltato in aria la notte del 4 agosto 1974. Ciò che rimaneva fu poi fuso in un altoforno come residuo ferroso. “Un errore” – disse il sindaco Sergio Cofferati – “che conferma una mancanza preoccupante di sensibilità”.

SAVERIO FERRARI
Osservatorio democratico sulle nuove destre Italia

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